Alberto Monteverdi

  • Eventi digitali

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    Se intendiamo l’evento digitale come un evento a cui è possibile partecipare senza essere presenti fisicamente, bisogna prima di tutto dire che gli eventi anche prima della pandemia avevano una loro dimensione digitale. Lo streaming, il live tweeting, i contenuti generati dagli utenti, erano tutti modi di estendere la partecipazione e la visibilità grazie a internet.

    Le principali tecnologie, dalle connessioni 4G alle piattaforme di videoconferenza e streaming personale (qualcuno si ricorda di Periscope?), si erano già affermate prima dello scoppio della pandemia. Quello che la pandemia ha portato è stata un’accelerazione, sia sul fronte delle tecnologie abilitanti che soprattutto della familiarità da parte del pubblico.

    Il mio punto d’osservazione è da un lato quello di organizzatore di festival, e di professionista all’interno di un’agenzia di comunicazione. Nel primo caso ad esempio, già dal 2017 il Festival della Comunicazione di Camogli è trasmesso interamente in streaming su YouTube, mentre il Festival della Lentezza o Gola Gola Festival da sempre ha uno staff social che pubblica spezzoni, dietro le quinte e altri contenuti in diretta. Ma le dinamiche più interessanti le ho viste in Area Italia.

    Noi siamo un’agenzia di comunicazione che da sempre organizza eventi, soprattutto convention aziendali e altri eventi business. Negli ultimi 3 anni è stato obbligatorio per noi aiutare i clienti, spesso poco attrezzati in questo senso, a dare forma a eventi con una dimensione digitale. Questo ha portato a creare nuove tipologie di evento, che ridefiniscono generi consolidati e li ibridano con la tecnologia. Non si tratta semplicemente di coinvolgere un service video, ma proprio di concepire da un punto di vista creativo il contenuto live secondo i ritmi di un evento che però non era più 100% in presenza.

    Per esempio, in occasione di fiere abbiamo realizzato digital events con lanci di prodotto live preregistrati, nel mondo della cosmetica ad esempio.

    In altri casi, abbiamo dovuto gestire (anche collaborando con LEN) situazioni ibride con relatori connessi da remoto, o riunioni in videoconferenza plenaria con una produzione e una regia tipica più di un webinar.

    Altre volte la tecnologia ci ha consentito di organizzare performance (concerti in particolare) all’interno di spazi non accessibili al pubblico, come il cantiere della chiesa di San Francesco del Prato a Parma.

    O ancora eventi destinati alle famiglie, con rappresentazioni teatrali dal vivo e interazioni col pubblico da casa.

    Se da un lato quindi abbiamo la possibilità di giocare con nuovi format creativi, da un lato dobbiamo tenere conto di budget che si arricchiscono di voci aggiuntive, che possono avere anche un impatto importante: connettività, riprese, personale dedicato. Queste voci a volte sono difficili da dimensionare, e un esercizio importante è quello di ripensare, ridefinire le idee in modo da ottimizzare la spesa o bypassare vincoli organizzativi, o rendere l’evento più “semplice”, “usabile” sia per chi sta davanti alle telecamere che per il pubblico.

    Ma sono fondamentali. L’evento digitale va fatto solo se si è in grado di garantire standard minimi.

    Quali sono le figure professionali emergenti?

    Prima che di professionalità, parlerei di competenze.

    Le prime competenze che vengono in mente sono quelle relative alle riprese audio/video. Qui la pandemia ha ridotto di molto il numero di operatori sul mercato.

    Credo però che ci siano competenze nuove, specifiche. Almeno tre.

    • la padronanza tecnica di Zoom o di piattaforme analoghe. È una tavolozza creativa a disposizione.
    • la moderazione dei contributi da remoto (commenti, domande, ecc.)
    • la capacità, come dicevo prima, di ideare “eventi” che siano in grado di coinvolgere il pubblico grazie alla tecnologia, superando la dicotomia presenza-remoto, e peggio ancora “meglio in presenza o in remoto”, e ne estendano così la portata